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domenica 2 luglio 2017

GUARDARE LA LUNA E NON IL DITO: CONSIDERAZIONI AL D.D.L. SULLO IUS SOLI di Salvatore Corizzo e Priscilla Lipari






GUARDARE LA LUNA E NON IL DITO:
CONSIDERAZIONI AL D.D.L. SULLO IUS SOLI
di Salvatore Corizzo e Priscilla Lipari



Dopo due anni di stallo, la discussione sulla riforma della cittadinanza approda in Senato ed è subito bagarre. I banchi del Senato, oltre che confermare il ruolo della Lega come soggetto che ambisce ad essere il Front National italiano, disvelano (per chi avesse ancora qualche dubbio) la natura xenofoba e razzista del M5s: in quei giorni Beppe Grillo tuonava così dal suo blog «regalare la cittadinanza e svendere la nostra identità, la nostra storia e la nostra cultura. Per noi la cittadinanza non può essere un automatismo, ma una scelta che deve essere richiesta e celebrata. Diventare cittadino italiano non può essere un fatto burocratico, ma un atto d’amore». Non è un caso che la Giunta Capitolina, roccaforte della politica penta stellata, non prenda alcuna posizione nei confronti degli sgomberi – ormai divenuti norma – dei vari accampamenti Baobab (stiamo al ventesimo in due anni, ultimo il giorno prima della giornata del rifugiato in piazzale Maslax) e delle realtà che, riempendo i vuoti colpevoli dell’amministrazione, provano a garantire gli aiuti minimi e indispensabili alla sopravvivenza dei migranti che transitano per Roma. Per la Raggi Roma non è più in grado di accogliere migranti, serve il “pugno di ferro” per arginare un fenomeno che ha bisogno della collaborazione della prefettura, cui la sindaca ha mandato una lettera con la richiesta d’aiuto per evitare che altri migranti entrino in città.
In questi giorni, le strade del centro di Roma sono diventate un'appetibile vetrina di qualche manipolo di fascisti, ben scortati dalle forze di polizia, che al grido di “Italiaagliitaliani” hanno ottenuto il loro “quarto d’ora di celebrità”. A conferma del clima surreale e di sciacallaggio politico e mediatico che si ha attorno a una tematica così importante come il diritto di cittadinanza, il 20 giugno durante la “giornata mondiale del rifugiato” che vedeva in piazza del Pantheon la partecipazione di varie associazioni, movimenti sociali e comuni cittadini, a fronte di un intervento, polemico contro la legge Minniti-Orlando da parte di un attivista, le forze di polizia hanno tentato di identificare e intimorire i partecipanti al presidio, minacciando denunce penali, per il solo motivo di partecipare a una manifestazione critica con l’operato del governo sul tema immigrazione a partire dalla legge Minniti-Orlando.

Sono anni che sulle vite di milioni di persone si gioca una partita volta alla conquista e al consolidamento del consenso politico in spregio della salvaguardia dei più elementari diritti civili e sociali. La tematica migrante diventa capro espiatorio o facile demagogia con cui i partiti e le istituzioni europee e nazionali, attraverso l’opinione pubblica e i media, indirizzano malumori, paura e stanchezza di una crisi che non trova colpevoli e che li cerca disperatamente nei soggetti subalterni, contrapponendoli tra loro (da questo punto di vista è emblematica la divisione tra nativi e migranti) e presentando il migrante come “invasore” che saccheggia le esigue risorse a disposizione di una parte della popolazione (italiana, europea) che subisce, sola, gli effetti della crisi.
Dopo l’ultimo ventennio di storia del nostro paese segnato dalle leggi Turco Napolitano e Bossi Fini (che vogliono dire rimpatri forzati, reato d’immigrazione, reclusioni all’interno dei Cie per tempi sempre più dilatati di decreto in decreto, respingimenti via mare ecc.), e dopo l’ennesima conferma, col decreto Minniti-Orlando, dell’incapacità da parte dei partiti al governo di prendere una posizione diversa da quella delle destre xenofobe, la proposta di legge sullo Ius soli ha il merito di aprire un piccolo spiraglio dinnanzi ad una situazione che vede circa un milione di giovani nati in Italia che non possono considerarsi cittadini italiani e che sono costretti a vivere una condizione di subordinazione rispetto a chi lo Stato riconosce come cittadino. Tuttavia l’analisi del d.d.l. in discussione al Senato va commisurata con il complesso delle disposizioni normative che disciplinano il tema dell’immigrazione in questo paese.
Nel merito, la proposta di “ius soli temperato”, contenuta nel d.d.l. in discussione al Senato, sancisce la possibilità di acquisizione della cittadinanza per nascita da parte del figlio di genitori stranieri residenti in Italia, almeno uno dei quali abbia – ed è per questo che si parla di temperamento – un permesso di soggiorno Ue di lungo periodo (minimo 5 anni) e faccia richiesta entro il 18esimo anno del figlio.
Si parla di “ius culturae” nei confronti di coloro che invece non sono nati in Italia ma sono arrivati nel paese prima del 12esimo anno di vita: a questa tipologia di migranti è permessa la richiesta di cittadinanza a condizione che frequentino un ciclo d'istruzione di 5 anni, fino al termine dell’obbligo a 16, con annessa promozione; la richiesta spetta comunque al genitore che abbia una residenza legale sul suolo italiano o all’interessato entro i due anni dalla maggiore età.
A una attenta lettura della proposta contenuta nel disegno di legge, permangono dei dubbi sulla ratio che sostiene il merito delle proposte messe in campo. La proposta di ius soli temperato è una proposta che depotenzia il concetto di ius soli tout court; quest’ultimo, trovando nell’elemento della nascita in un determinato Stato (criterio territoriale) il presupposto per l’acquisizione del diritto di cittadinanza, è un diritto che si fonda sulla mobilità delle persone. La proposta contenuta nel d.d.l, invece, oltre al criterio territoriale prevede il criterio familiare. Infatti secondo il d.d.l. è possibile richiedere la cittadinanza ai minorenni nati sul territorio italiano da genitori stranieri, a patto che «almeno uno dei due sia titolare del diritto di soggiorno permanente ai sensi dell’art.14 del decreto legislativo 6 febbraio 2007 n. 30, o sia perlomeno in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, di cui all’art.9 del decreto legislativo 27 luglio 1998 n.286». Questo significa che la cittadinanza potrà essere acquisita da minori stranieri nati in Italia solo se almeno uno dei due genitori è in possesso di un permesso di soggiorno lungo e sia residente in Italia in via continuativa e legale da almeno 5 anni. E la concessione del permesso di soggiorno Ue è tra l'altro subordinata al possesso di un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale ed il cui ammontare – nel caso di domanda relativa ai familiari – è elevato della metà per ogni membro del nucleo familiare. Elemento questo che tra l’altro si discosta dal principio costituzionale di solidarietà, aderendo a un modello culturale secondo cui i diritti devono essere “guadagnati” contribuendo al loro costo.

Alla luce di quanto detto, se sarebbe stupido respingere una proposta che ha come effetto oggettivo quello di far emergere da una condizione di completa subordinazione in fatto di tutele e diritti tutti coloro che ad oggi vivono uno stato di moderno apartheid, perchè “italiani non riconosciuti”, è tuttavia evidente che la natura della disposizione normativa è ben lungi dall’affermare un principio che abbia valenza generale e permanga nel tempo. Il contenuto normativo pare avere in realtà una mera funzione di sanatoria volta a riconoscere uno status giuridico a generazioni che dal punto di vista sociale risultano totalmente integrate nella società italiana. Mentre la domanda da porsi è, per chi scappa ora dalle guerre o dalla fame, chi arriva ed è arrivato negli ultimi anni sulle nostre coste, potrà acquisire la cittadinanza?
È evidente che, fino ad ora, le disposizioni legislative introdotte dalla Bossi-Fini sino alla legge Minniti-Orlando rendono estremamente difficile e alla portata di pochi accedere ai presupposti giuridici utili ad acquisire il diritto di cittadinanza in casi differenti da quelli contenuti nella nuova proposta di legge. Per cui sembrerebbe che nelle intenzioni del governo si agisca su un duplice binario che, ben lungi dal rendere più semplice l’accesso di stranieri in un determinato paese, non fa altro che agire sul piano del controllo dei confini interni (nello spazio europeo) ed esterni (verso il Mediterraneo e il Medio Oriente): da un lato sanare e monitorare le seconde generazioni nate e cresciute in Italia, e dall’altro lato respingere e rendere impossibile l’accesso nel nostro paese di chi negli ultimi anni scappa da guerre e miseria.
La conferma del quadro descritto arriva anche dalle Istituzioni europee. Si sta discutendo e sembra sempre più di probabile approvazione in questi giorni la modifica della normativa del sistema d’accoglienza (Dublino IV), che dietro all’inverosimile slogan dell’“armonizzazione” dei sistemi d’accoglienza comunitari e di un potenziamento delle vie d’accesso legali in Europa, determinerà di contro limitazioni ancora più restrittive per i migranti che si trovano ad attraversare il suolo europeo senza permesso di soggiorno. Passare dal paese in cui si è sbarcati a un altro, dove magari le procedure di richiesta d’asilo sono più flessibili ed efficaci, diviene infatti atto punibile legalmente. Viene ripresa l’ipotesi degli accordi bilaterali con “paesi terzi”, sul modello Ue-Turchia, per cui un migrante che si ritrovi a passare sul territorio di un paese estero, diverso da quello di provenienza e che ha stipulato accordi di collaborazione con l’Ue (accordi da cui dipendono, a cascata, i finanziamenti che in futuro gli saranno indirizzati), può essere rispedito direttamente in quest’ultimo senza alcuna garanzia di tutela dei diritti né di un suo possibile percorso di ricollocamento: il migrante in questione sparisce definitivamente dai radar, non è più un problema europeo né del diritto internazionale.

Per concludere, il d.d.l. sul diritto di cittadinanza presenta un piccolo ma oggettivo miglioramento delle condizioni di quasi un milione di giovani che vivono nel nostro paese, ma tutto ciò non basta. Dinnanzi ad un impianto politico istituzionale europeo volto a consolidare un sistema che si fonda sui respingimenti e a limitare la mobilità territoriale, dinnanzi a una rincorsa a destra delle varie organizzazioni politiche che non fanno altro che soffiare sul fuoco del razzismo e sulla contrapposizione tra subalterni (autoctoni e migranti), bisogna affermare un modello di accoglienza dal basso che parli di riconoscimento “pieno” dello ius soli, che parli di solidarietà, di accesso ai diritti sociali, di unione contro i veri responsabili dell’impoverimento generale che tutti noi autoctoni e migranti viviamo ormai da anni.


26 Giugno 2017




Dal sito "Communia Network"



 

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